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| Dignità della Persona? | |
IO TORCIA UMANA LANCIATA CONTRO IL VATICANO |
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Sono, partito da Palermo ieri sera in treno. Un viaggio interminabile per arrivare qui, sotto l'imponente colonnato in questa rigida mattina. Oggi è il 13 del mio ultimo gennaio, del mio ultimo anno, il 1998. Ho comperato la benzina presso un distributore automatico vicino San Pietro. Ho nascosto la tanica in una borsa nera. Ma ora, prima di darmi fuoco, sento i ricordi che non vogliono lasciarmi e li accolgo nel grembo della mia mente che per me è ospitale come il grembo di donna ed è l'unico luogo di libertà che io abbia mai conosciuto. La mia consolazione è stata nelle mie fedi, ho sempre creduto, come ho scritto in un aforisma che “anche una mente superiore, sei ha umili origini, può dimorare nel più infelice e reietto degli uomini”. Mi chiamo Alfredo Ormando sono nato a San Cataldo, un paesino in provincia di Caltanissetta, il 15 dicembre del 1958. Mio padre e mia madre erano analfabeti, hanno lavorato nei campi e poi sono diventati operai. Ho sette fratelli, le nostre condizioni economiche sono state modeste, quando non disagiate. Io non sono riuscito a frequentare la scuola regolarmente e ho preso la licenza media a venti anni, come privatista. La maturità magistrale cinque anni fa. Mi sento un anticonformista e sento intorno a me, come ho scritto a un amico, il mondo ostile, armato verso coloro che hanno «dentro di sé quel qualcosa in più che va a cozzare contro la grettezza, i pregiudizi , l'invidia e il provincialismo della propria gente». Alla ricerca di me stesso e di un luogo accogliente mi sono abbandonato anche a una Mi farò torcia umana e scriverò parole che non potranno essere ignorate. Visto che hanno messo Cristo in croce capiranno che cos'è il sacrificio e almeno dentro di loro l'eco delle mie parole procurerà un sussulto. Come ora, dentro di me, torna l'eco di ciò che ho scritto al mio amico: «Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza san Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l'omosessualità, demonizzando nel contempo la Natura, perché l'omosessualità è sua figlia». Ho vissuto sulla mia pelle il razzismo nei confronti delle emozioni, quello che vede il pregiudizio stanarti oltre ogni confine possibile e nutrirsi di te fino ad annientarti. Le mie parole, anche quelle scritte nei libri, ritornano ora con forza, come i ricordi. L'umiliazione l'ho descritta in «Sotto il cielo d'Urano»: «Ho sperimentato in prima persona cosa significhi salire e scendere le scale altrui, sentirsi un «marocchino» nel proprio Paese... vivere all'ombra di mia madre, essere umiliato, vilipeso, osteggiato, emarginato e porre fine ai miei giorni con il suicidio». Adesso basta, la società mi ha suicidato, prima che lo facessi io. Almeno mi prendo la libertà, l'unica che mi hanno lasciato, di compiere il gesto finale.
Per me il discorso è diverso: è da quando avevo dieci anni che vivo nel pregiudizio e nell'emarginazione; ormai non riesco più ad accettarlo, la misura è piena» . Le gerarchie cattoliche arriveranno a dire che mi tolgo la vita per malattia, o debolezza, e non per urlare loro l'ingiustizia che infliggono agli omosessuali in questo Paese. Ed è per questo che nel mio giubbotto, che ho poggiato per terra, sui lastroni calpestati da migliaia di fedeli, ho lasciato una lettera di denuncia. Almeno le parole di un morto, di un martire, le leggeranno. Bisogna ammazzarsi per farsi sentire. Ma se mi fossi ammazzato in Sicilia non mi avrebbero ascoltato. E sono dovuto partire. Non tornerò più nella mia Palermo che è stata prima come una metropoli rispetto a San Cataldo e poi, comunque, luogo di dolore. Ho lasciato per sempre la palazzina di via delle Magnolie, le strade alberate piene di profumi a primavera, la casa dove ho vissuto con un uomo pensionato, dando una mano in cambio di un aiuto per poter acquistare i libri e frequentare l'università. Non entrerò più nella facoltà di Lettere e Filosofia. Avere una laurea, ormai non fa più differenza. Magari me la daranno dopo, da morto. Avrebbe fatto la differenza avere degli amici veri, trovare anche nel movimento omosessuale legami profondi, ma così non è stato. Fino a pochi giorni fa, il due gennaio, ho scritto da Palermo a un amico di Reggio Emilia: «Se avessi avuto un paio di amici come te qui, avrei accettato di buon grado la mia vita». Ma l'amicizia vera è un bene inestimabile che non ho avuto. Il Sud con me è stato avaro. L'amarezza è stata il mio rifugio. Amari gli aforismi: «A tradire sono sempre gli amici più intimi e i parenti più stretti». Perché? Solo a loro concediamo la possibilità di tradirci. Incantati, invece, sono stati i desideri irrealizzabili che ha espresso il mio immaginario. E’ di pochi mesi fa il mio racconto il «sogno di Paolo», dove Paolo si scopre donna e vive un amore di una completezza irreale, tanto intenso quanto solo da sognare. Poi si sveglia indubbiamente uomo. Ho lavorato, studiato, scritto, fino all'estenuazione. Sembrava che nulla potesse vincermi. Mi ha sconfitto la malvagità. Quando ho scritto: "Nessuno è più malvagio di chi spinge un uomo buono ad essere il suo assassino", ho capito che era arrivata la mia ora. Io mi sto trasformando nel mio assassino, qui dinanzi agli occhi innocenti di Gesù che Mi soccorrono gli infermieri. «Non sono neanche riuscito a morire». Per terra, sotto il colonnato, resta una striscia nera, sangue impastato a carbone e benzina. (Il testo è una ricostruzione scritta in prima persona della vita di Alfredo Ormando fatta anche sulla base dei documenti messi a disposizione da Massimo Consoli e Piero Montana, che ringraziamo. E' stato pensato nella convinzione che la scrittura può essere resurrezione). Celebrazioni 2009 |
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