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L’INCANTESIMO DEGLI ANNI PERDUTI |
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In una delle poche belle serate di quest’inverno freddo e piovoso, a casa di mia madre, ero uscito in giardino per godermi l'aria tersa e pulita favorita dell’ultimo temporale. Ai piedi del vecchio pino, un po' rintuzzato e consumato dagli anni, come me tale e quale, m'ero seduto sulla rustica sdraio di legno dove un tempo sedeva mio padre. Venuto a mancare mio padre, nessun peso porto tanto pesante quanto il ricordo di quei lunghi silenzi e darei qualsiasi cosa per risentire il timbro forte della sua voce. Quella sera del gennaio passato la luna non c'era: doveva starsene nascosta da qualche parte nella volta celeste attraversata da grandi nuvole nere. Ma dinanzi a me le spianate buie della fanciullezza risplendevano di luci, e più d'ogni altra la più vicina, quella che un tempo era la proprietà dei Pistarà, oggi un luminoso quartiere residenziale: soltanto intorno al Seminario era rimasta una fascia d'ombra. Le strade, un tempo sterrate, sono oggi asfaltate e fiancheggiate di case che di giorno richiamano il verde della campagna e di notte ne violano con mille luci sfacciate la casta ombra cara ai miei ricordi. A chi oggi contempli questo sfolgorante paesaggio notturno, parrà forse, così, più ridente e più gaio. Quella sera, invece, non potevo posarvi lo sguardo senza provare uno strano sgomento. Tutte quelle luci, specie le più forti, mi ferivano dolorosamente: sembravano voler fugare per sempre le ombre e sconsacrare i silenzi di allora, abbagliarmi in modo che io non vedessi più le care immagini della mia fanciullezza, addirittura sbiadire nella memoria l’intera immagine che di lei vi è stampata. Fanciullezza e adolescenza sono uno scrigno di felicità antiche: antiche, non perdute però, se di continuo possiamo tornare a frugarci e tirarne fuori nuove felicità. Come negli scrigni dei Re Magi vi è mescolata insieme all'oro dei ricordi la mirra della malinconia; la quale ha anch'essa però i suoi piaceri, e sono anzi tra i più alti e nobili di cui all'uomo sia dato godere. Gli uomini dell'antichità classica erano intenti a scrutare la natura, della quale furono mirabili imitatori, piuttosto che i piccoli grovigli dell'anima umana; a narrare o a immaginare i grandi fatti della terra e del cielo: una terra popolata di eroi e un firmamento abitato da Dei umanizzati. Mi piace pensare che furono i tempi, venuti sempre più rapidamente mutando, a cambiare gli uomini operatori assidui di quelle mutazioni di pensiero, di sentimenti, di costumi. Ora il genere umano si dedica perfino a cambiare il corso della natura, e purtroppo ne ha fatto già qualche prova con pessimi risultati. Scrisse un giorno Giovanni Arpino: “Noi avveleniamo il globo e il globo ci restituisce i veleni”. Niente di più vero e così procedendo, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, andiamo incontro ad un'estrema infelicità: causa, secondo me, di questo nostro rifugiarsi col pensiero e con la fantasia nelle felicità degli anni giovanili. Dove ho accennato agli antichi, avrei potuto mettere avanti il dubbio ch'essi nell'età virile non facessero della fanciullezza il conto che noi ne facciamo; o che, per il rigore e la durezza dell'educazione ricevuta o per le minori tenerezze e larghezze godute, ricordate gli spartani, ne serbassero che pochi ricordi. Del resto alcuni di quei loro Dei, che essi si erano creati a loro immagine e somiglianza, non ebbero né fanciullezza né adolescenza. Così Venere, così Minerva la quale tutti sanno essere stata partorita adulta, addirittura armata di tutto punto, dalla testa di Giove; e dalle doglie di quel parto chissà non siano sorte le terribili emicranie patite nei secoli dal genere umano. Così man mano che i capelli imbiancano e l’aggravarsi del peso degli anni me lo rende più difficile, sempre mi riesce, anche con espedienti ed artifici, di ricreare in me l'incantesimo degli anni andati: gli anni dell'immaginazione e della speranza, quando è facile trovare il tutto nel nulla, o appena nelle bolle di sapone soffiate da una cannuccia d’erba o nella carezza di un raggio di sole nei meriggi di primavera. Mentre vivo questo stato felice, che ora mi esalta e ora mi quieta, lo spirito torna come ai bei tempi libero e lieve; rifiorisce l'immaginazione, nella quale consiste tutto il bello di questo mondo. 11 febbraio 2009 |
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