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LA COLPA DI ESSERE NORMALI |
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Durante una passeggiata domenicale, al centro di Catania, corroborato dal sole di questo anticipo di primavera, incontro un amico che non vedevo da tempo. La conversazione scivola sui ricordi degli anni andati, poi si fa serio e confidandosi racconta: “Non ho idea di quale sarà il mio futuro. Sono un cinquantenne con figli che ormai escono dall'adolescenza, con una moglie appagata e serena”. E allora, lo riprendo, cosa ti assilla? “Siamo troppo, e pericolosamente, normali. Nessuno di noi ha avuto l'esaurimento nervoso. Mai ci siamo recati dallo psicanalista, dal giudice o il comandante dei carabinieri. Tra i nostri parenti nessuno — ahimé — è stato oggetto di rappresaglie, ha sparato o preso pistolettate, ha sedato o promosso risse all’uscita di un locale notturno o in una strada di periferia o peggio ancora ha solo lontanamente pensato di stuprare una donna, un’adolescente o abusato di un minore. Non riesco a consolarlo, vorrei dire qualcosa, ma non trovo le parole, quindi mi atteggio con aria pensosa, annuendo, e lui prosegue: ” Cosi com'è fatto, questo mondo crea vaccini e anticorpi solo per coloro che vivono sul filo del rasoio pronti a mettersi nei guai. Ma i sani, i normali, gli abitudinari, i faticatori anonimi (conosciuti solo dal fisco), insomma tutte le brave persone che non violano la legge, che non la eludono, non la alterano, quasi non hanno bisogno dei rigori della legge, a quale futuro andranno incontro? Vorrei almeno una nonna scappata di casa, una nipote tutta piena di piercing e tatuaggi, uno zio truffaldino che campa d’espedienti. Che garanzia ha la mia famiglia, con un ruolino di marcia privo di qualche infamità? Siamo nessuno, non facciamo notizia, non possediamo auto veloci, ville con piscina, barche a vela e non ci spinge la disperazione di occupare abusivamente un alloggio popolare magari assegnato a qualcun altro. Se ci penso bene: non ho mai avuto bisogno di un avvocato, infatti, e chi non conosce un avvocato è già in difetto, non ha eventuali sponde a cui affidarsi, può incappare nell'errore e lasciarvi le penne come uno stupido. Sono dunque — io e la mia famiglia — alla ricerca di una colpa da commettere, un qualcosa di anormale, appartenente al genere che oggi è capito, scusato, riscattato, recuperato, redento”. Mi guarda con occhi severi, e io non so che diavolo dirgli, la sua terribile normalità mi spaventa. Anche i suoi capelli e la sua barba ben curati mi danno, ora, una sorta di fastidio, a scrutarle bene. Entriamo in un bar per prendere un caffè, uscendo si accende una sigaretta guardandosi intorno con gli occhi che raccolgono i lampi del sole di marzo. Conoscendolo, anche se è passato molto tempo, mi sembra pentito della confidenza, eccolo, infatti, fissarmi con sospetto. Faccio fatica a seguirlo, tanti sono gli interrogativi che ballano dentro il mio cervello, e lui riprende: “Sai cosa penso? Che i normali, oggi, dovrebbero andare in giro con un segno distintivo cucito sul petto, così come gli ebrei durante il nazismo. E non dirmi che sono troppo pessimista: come persona normale mi è vietato anche di dare sfogo al pensiero. Come persona normale resto condannato a credere nell'UOMO. Che orrore!”. Si è fatto tardi, ci salutiamo con la promessa di rivederci presto. Prima di sparire fra la folla si gira, mi guarda e si congeda facendo ciao con la mano, dal labiale intuisco che mi sta dicendo ancora una volta: “Siamo troppo normali, vecchio mio, troppo normali”.
26 marzo 2009 |
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